Nel mondo Greco saper produrre vino di qualità era segno di cultura e civiltà

Per i Greci Dioniso, per i Romani Bacco, dio del vino e dell’estasi. Cresciuto nella solitudine dei boschi, educato da Sileno, Dioniso piantò la vite, inebriandosi dell’ “umor che da essa cola”. "Il giovanotto con la bella capigliatura azzurra ondeggiante e un mantello scuro sopra le forti spalle", insegnò agli uomini la viticoltura.

Nei rituali dionisiaci venivano stravolte le strutture logiche morali e sociali del mondo abituale.
Il filosofo Friedrich Nietzsche ne "La nascita della tragedia" affermò che la potenza dionisiaca induceva in uno stato di estasi ed ebbrezza infrangendo il cosiddetto "principio di individuazione", ossia il rivestimento soggettivo di ciascun individuo, e riconciliava l'essere umano con la natura in uno stato superiore di armonia universale che abbatteva convenzioni e divisioni sociali stabilite arbitrariamente dall'uomo.

Nietzsche sosteneva che la vita stessa, come principio che anima i viventi, è istinto, sensualità, caos e irrazionalità, e per questo non poté che vedere in Dioniso la perfetta metafora dell'esistenza: ciò che infonde vita nelle arterie del mondo è infatti una fonte primeva e misteriosa che fluttua caotica nel corpo e nello spirito, è la tempesta primigenia del cosmo in eterno mutamento.

Senza dover necessariamente riaprire i libri di letteratura greca o quelli di filosofia, ci piacerebbe comunicarvi cos'è il vino per noi, e aiutarvi a comprendere cosa potrebbe essere per voi.

Condividiamo un insieme di sensazioni ed emozioni, sapori e profumi; descriveteci un quadro, un'immagine che avete in mente, un colore e troveremo il vino che per noi meglio le rappresenta. Se avrete piacere a seguirci, curiosi, in questa nostra avventura, avremo piacere a condividere con voi questa piacevole realtà che è per noi il vino.

Siamo fatti così, audaci sognatori.

"Vino pazzo che suole spingere anche l’uomo molto saggio a intonare una canzone, e a ridere di gusto, e lo manda su a danzare, e lascia sfuggire qualche parola che era meglio tacere." Omero